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Genitori stranieri separati, possono decidere di portare i figli all'estero?

24 novembre 2021

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In Italia il fenomeno delle coppie formate da marito e moglie di nazionalità diverse è sempre più in ascesa.

Avere un dato preciso sul numero di coppie “miste” nel nostro Paese non è agevole, ma  basti pensare, per capire la portata del fenomeno, che i matrimoni e le unioni civili tra coppie miste sono in crescita esponenziale. Nel 2019, ad esempio, furono celebrate 34.185 nozze con almeno uno sposo straniero, valore sempre in aumento negli ultimi 5 anni. Questa tipologia di matrimoni riguarda quasi due matrimoni su 10 (il 18,6% del totale dei matrimoni).

Ciò premesso, ciò che risulta particolarmente interessante, e anche complesso, è comprendere se uno dei due genitori, nell’eventuale caso di separazione, possa decidere di trasferirsi in un altro Stato portando con sé i figli minori senza il consenso dell’ex coniuge.

A ben vedere, ll trasferimento in altro Stato, oltre a vedere una compromissione dell’esercizio dei diritti del genitore rimasto in Italia, potrebbe avere impatti fortemente negativi anche sullo sviluppo del bambino, qualora perdesse improvvisamente i riferimenti nell’ambiente di vita in cui stava crescendo e nel quale si stava sempre più ambientando.

Referente normativo, in tale contesto di analisi, appare l’art. 337 sexies del codice civile.

Tale disciplina impone al genitore, in presenza di figli minori, l’obbligo di comunicare all’altro, entro 30 giorni, ogni cambiamento di residenza o di domicilio, sia in Italia sia, a maggior ragione, all’estero. Il mancato rispetto di questa prescrizione «obbliga al risarcimento del danno eventualmente verificatosi a carico del coniuge o dei figli per la difficoltà di reperire il soggetto».

Oltre all’illecito civile, peraltro, quando un figlio minore viene portato in un altro Stato da un genitore senza l’autorizzazione dell’altro, in modo da precludergli l’esercizio della responsabilità genitoriale, la vicenda configura un’ipotesi qualificata e aggravata di sottrazione di minori. Si tratta, precisamente, del reato di sottrazione e trattenimento di minori all’estero, contemplato dall’art. 574 bis del codice penale, punito con la pena della reclusione da uno a quattro anni (da sei mesi a tre anni se il minore ha compiuto 14 anni di età). La condanna può comportare la sospensione dell’esercizio della responsabilità genitoriale (invero, occorre precisare che dopo un intervento della Corte Costituzionale la decadenza non viene considerata automatica).

Cinque anni fa, nel 2016, la Corte di Cassazione, attraverso la sentenza n. 17679 del 28 aprile, aveva affermato che si configura il reato nel caso specifico di un genitore che porta con sé il figlio all’estero, così impedendo all’altro genitore rimasto in Italia di vederlo e di incontrarlo con regolarità.

Orbene, in tempi recentissimi, la Cassazione è tornata sulla vicenda in esame con una ordinanza, la n.  33608 dello scorso 11 novembre. Nei fatti che hanno portato all’ordinanza, era la madre straniera ad aver violato i principi sopra espressi.

La madre straniera, secondo la Cassazione, anche se collocataria e quindi convivente con il minore, non può portarsi il figlio nel suo Stato di origine senza il consenso dell’altro genitore. Si trattava, nel dettaglio, di una donna di nazionalità rumena che, finita la relazione coniugale, aveva deciso di rientrare nel proprio Paese natio. Tale vicenda, tuttavia, avrebbe compromesso il diritto del minore a conservare la bigenitorialità, precludendogli di mantenere salde relazioni e incontri con il padre, rimasto in Italia. Inoltre, il Collegio ha ritenuto che l’improvviso sradicamento del ragazzo dall’ambiente di vita in cui stava crescendo avrebbe una «negativa incidenza sullo sviluppo psico-fisico del minore».

Infine, giova ricordare che il trasferimento non autorizzato dell’ex coniuge che si reca all’estero con i figli consente all’altro genitore di attivare gli organi internazionali per il rintraccio del minore. Se il Paese in cui è stato portato il bambino aderisce alla Convenzione internazionale dell’Aja (più precisamente, la disciplina è prevista agli Artt. 8 e 21 Conv. Aja del 25.10.1980 sugli effetti civili della sottrazione internazionale dei minori) è possibile proporre domanda per il rimpatrio in Italia. L’istanza va proposta entro un anno dal trasferimento e può essere respinta solo se il ritorno del minore arrecherebbe allo stesso un grave pregiudizio.