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Riconoscimento da parte della madre biologica, inefficace se interviene dopo affidamento preadottivo

23 novembre 2021

News Regionale ,

Nell'ipotesi di pronuncia di affidamento preadottivo, la madre biologica che al momento del parto si sia avvalsa della facoltà di non essere nominata nell'atto di nascita, perde il diritto di riconoscere il figlio. A seguito della richiesta di fissazione del termine per il riconoscimento, qualora non venga disposta la sospensione del procedimento e si giunga alla pronuncia dell'affidamento preadottivo, il riconoscimento effettuato successivamente deve considerarsi inefficace ai fini della revoca della dichiarazione di adottabilità del minore.

Questo il principio sancito dalla Cassazione, attraverso l’emanazione della ordinanza n. 23316/2021.

La S.C., dunque, respinge il ricorso di una donna che richiedeva la fissazione di un termine, al fine di riconoscere il figlio, in seguito al parto avvenuto in anonimato. L’interesse superiore del minore è il criterio essenziale e il genitore biologico, con il quale il minore non ha avuto alcun rapporto, deve fare un passo indietro, a maggior ragione se si è instaurato un legame affettivo con la famiglia affidataria.

La pronuncia di affidamento preadottivo costituisce il termine finale per l’esercizio del diritto al riconoscimento, così come previsto dalla disciplina (art. 11 c. 7 legge 184/1983).

Il riconoscimento che sia avvenuto successivamente a tale termine risulta privo di efficacia, ma può compiersi nel caso in cui venga revocato l’affidamento e il procedimento non si concluda con la pronuncia di adozione. In ogni caso, il diritto del genitore volto ad ottenere la sospensione del procedimento al fine di effettuare il riconoscimento va valutato anche e soprattutto alla luce del superiore interesse del minore.

Nella vicenda in questione, oggetto della ordinanza della Corte di Cassazione n. 23316/2021, rescindere i rapporti del bambino con la nuova famiglia a favore della madre biologica, con la quale non aveva alcun legame affettivo concreto, sarebbe stato molto traumatico e avrebbe determinato un evidente sconvolgimento della sfera affettiva e delle abitudini di vita del minore.

La Suprema Corte, con la pronuncia in commento, da un lato ha individuato il decorso preclusivo del termine per effettuare il valido riconoscimento da parte della madre biologica, dall’altro si è soffermata sull’opportunità del riconoscimento alla luce del preminente interesse del minore.

Occorre, preliminarmente, analizzare i fatti accaduti onde tracciare un quadro più lineare della fattispecie.

Una donna partoriva in anonimato e, successivamente, presentava ricorso al Tribunale per i minorenni chiedendo la sospensione del procedimento per la dichiarazione di adottabilità e la fissazione di un termine per procedere al riconoscimento. Il Tribunale, tuttavia, rigettava l’istanza di sospensione e dichiarava inammissibile la richiesta di fissazione del termine, stante che il minore non risultava assistito da genitori biologici o parenti entro il quarto grado. Anche il gravame veniva respinto giacché, nelle more, il procedimento per la dichiarazione di adottabilità si era concluso con sentenza. Contro tale decisione la madre biologica proponeva ricorso in Cassazione.

La Suprema Corte accoglieva il ricorso, cassando la sentenza impugnata con rinvio e affermando che la dichiarazione di adottabilità non osta al riconoscimento da parte della madre biologica, mentre il riconoscimento è precluso dall’emissione del provvedimento di affidamento preadottivo (Cass. 31196/2018).

In tale pronuncia del 2018, ad avviso dei giudici di legittimità la Corte d’Appello non avrebbe potuto far derivare dalla seconda pronuncia il venir meno dell’interesse ad impugnare la prima, potendo la ricorrente ancora domandare la concessione di un termine per il riconoscimento del figlio. Richiamando l’ultimo comma dell’art. 11, l. n. 184/1983, è stato infatti precisato che la sola dichiarazione di adottabilità non è sufficiente a precludere tale diritto, il quale «sarebbe stato (non nullo ma) inefficace solo se questa declaratoria fosse stata seguita dall’affidamento preadottivo, che invece nella specie non pare che all’epoca fosse in atto».

La Corte di Cassazione ha pertanto accolto la tesi della donna, secondo la quale sarebbe stato “svuotato” il suo diritto al ripensamento, ha cassato la sentenza impugnata e rinviato la causa alla Corte di Appello in diversa composizione.

A seguito della sopra citata pronuncia, il giudizio veniva quindi riassunto presso la Corte d’Appello, che dichiarava inammissibile la domanda di fissazione del termine per il riconoscimento del bambino.

Il giudice di merito rilevava come, nel caso in oggetto, fosse intervenuto sia l’affidamento preadottivo che la sentenza di adozione passata in giudicato, pertanto, la donna non era legittimata a chiedere né la revoca dell’adozione né ad effettuare il riconoscimento in virtù dello status di figlio legittimo attribuito all’adottato (art. 27 legge 184/1983). Inoltre, secondo il giudice di merito, rescindere i rapporti del bambino, durati oltre due anni, con la famiglia adottiva a favore della madre biologica, con la quale non aveva alcun legame affettivo, sarebbe stato parecchio traumatico. Si arriva, pertanto, nuovamente in Cassazione.

Secondo i giudici, la cassazione della sentenza non è idonea a caducare la dichiarazione dello stato di adottabilità e del successivo affidamento preadottivo. L’efficacia espansiva esterna della sentenza di cassazione (o di riforma) trova un limite nella scelta normativa operata dall’art. 11 c. 7 legge 184/1983 ove espressamente è stabilito che dopo la dichiarazione di adottabilità e l’affidamento preadottivo, il riconoscimento è privo di efficacia. La ratio della disciplina, a ben vedere, consiste nel privilegiare l’interesse del minore ad inserirsi nel nuovo nucleo familiare che offre migliori garanzie di stabilità rispetto a quella del genitore biologico.

Nei fatti analizzati, la sentenza impugnata non si è limitata a dare atto della preclusione del riconoscimento del minore da parte della ricorrente, in conseguenza dell’intervenuta pronuncia dell’affidamento preadottivo, ma ha esteso la propria valutazione all’opportunità del riconoscimento, ritenendolo contrastante con l’interesse del minore. Ciò in considerazione da un lato dell’assenza di qualsiasi legame, frequentazione o esperienza di vita comune tra quest’ultimo e la genitrice biologica, e dall’altro della durata e dell’effettività del rapporto familiare instauratosi tra il minore e gli affidatari, formalizzato mediante la pronuncia della sentenza di adozione. Invero, tale accertamento si pone perfettamente in linea non solo con la ritenuta impossibilità di ricondurre il legame con la ricorrente alla nozione di vita familiare, nel senso inteso dall’art. 8 della CEDU, ma anche con l’esigenza di evitare uno sconvolgimento della sfera affettiva e delle abitudini di vita del minore, che la predetta disposizione e l’art. 11, ultimo comma, della legge n. 184 del 1983 mirano a preservare e tutelare in pieno.

In conclusione, secondo i giudici, la sentenza impugnata si è attenuta a tutti i principi sopra argomentati. Infatti, non solo ha rilevato la preclusione temporale circa la possibilità di effettuare il riconoscimento da parte della madre biologica, ma si è anche soffermata sull’opportunità di tale riconoscimento. La corte di merito ha valutato l’interesse del minore, considerando che fosse contrario ad esso consentire il riconoscimento, vista l’assenza di qualsiasi legame affettivo o frequentazione con la genitrice biologica. Il minore, infatti, aveva creato un rapporto di affettività con gli affidatari conclusosi con la sentenza di adozione.