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Violenza domestica, la Corte di Strasburgo condanna l'Italia: “Non ha protetto la vittima”

8 aprile 2022

News Regionale - Piemonte e Valle d'Aosta ,

La Corte europea dei diritti dell'uomo (Cedu) ha condannato l'Italia per non aver protetto una donna e i suoi figli dalla violenza domestica terminata in tragedia. I fatti sono relativi al settembre del 2018, precisamente a Scarperia (Firenze). 

Un uomo uccise a coltellate il figlio di un anno, ferendo in modo grave anche la convivente e cercando di uccidere l'altra figlia.

"I procuratori - si legge nella sentenza - sono rimasti passivi di fronte ai gravi rischi che correva la donna e con la loro inazione hanno permesso al compagno di continuare a minacciarla e aggredirla". Lo Stato dovrà versare alla donna 32mila euro per danni morali.

Secondo quanto si legge nella sentenza emessa dalla Corte, “l’inerzia delle autorità” che “erano venute meno al loro dovere di condurre un’immediata valutazione proattiva del rischio di reiterazione degli atti violenti” nei confronti della donna e del figlio “aveva consentito al partner di continuare a minacciarla, molestarla e aggredirla impunemente” fino ad arrivare all’omicidio del figlio.

A rivolgersi alla Cedu era stata la madre del bimbo ucciso. Nel suo ricorso, la donna sosteneva che lo Stato italiano avesse violato il suo diritto alla vita e quello dei figli, e che la violazione nei suoi confronti fosse da imputare in parte a un atteggiamento discriminatorio nei confronti delle donne da parte delle autorità.

Dai fatti riportati nella sentenza emerge che prima del giorno della tragedia culminata con l'uccisione a coltellate del figlio di un anno, il ferimento della donna e il tentato omicidio anche della figlia di 7 anni, il 14 settembre del 2018, la donna era stata già aggredita tre volte dal compagno, nel novembre del 2015, nel settembre 2017 e nel febbraio 2018, e che avesse sporto diverse denunce. Nonostante l'apertura di una procedura per violenza domestica e l'indicazione di un esperto che indicava la pericolosità dell'uomo a causa delle patologie di cui soffriva, consigliandone anche un programma terapeutico, durante l'inchiesta non venne presa alcuna misura per proteggere la donna e i suoi figli.

La donna, precisa la Corte nel riassumere i fatti di allora, non era a conoscenza dei disturbi di natura bipolare del compagno, di cui l’uomo avrebbe sofferto dall’età di 20 anni, che lo portava ad avere “cambiamenti d’umore accompagnati da impulsività, irritabilità e un comportamento estremamente violento”. Secondo quanto si legge nella ricostruzione operata dalla Corte, la donna era stata vittima di almeno 4 gravi aggressioni che avevano portato a interventi della Polizia e a un procedimento contro l’uomo con l’accusa di violenza domestica ma “senza ordini per la protezione della signora e dei bambini durante la fase investigativa” nonostante fosse stata riconosciuta la “pericolosità sociale” dell’uomo dovuta alla sua malattia mentale. Il quarto e ultimo attacco è avvenuto nel settembre 2018, quando l’uomo “era stato disturbato dal rumore causato da suo figlio e da una telefonata arrivata alla donna”.

A giugno 2020, per l’uomo era stata confermata in appello la pena a 20 anni di reclusione inflitta in primo grado, con rito abbreviato con l’attenuante della semi-infermità mentale, per l’omicidio del figlio di un anno e per il tentato omicidio della moglie. L’uomo era stato assolto, come avvenuto in primo grado, dall’accusa di tentato omicidio della figlia di 7 anni. Confermata anche la condanna al pagamento delle spese legali e di una provvisionale per complessivi 190mila euro.

Nel giudicare il caso, la Corte di Strasburgo ha pertanto stabilito che lo Stato ha violato il diritto alla vita della donna e di suo figlio, ma non ha riconosciuto l'aggravante della discriminazione. Nella sentenza i giudici constatano che le autorità avevano il dovere di effettuare immediatamente una valutazione dei rischi di nuove violenze da parte dell'uomo e prendere le misure necessarie a prevenirli. Ma non l'hanno fatto, nonostante sapessero, o avrebbero dovuto sapere, che esisteva un rischio reale e immediato per la vita della donna e dei suoi figli.