L’assegno di divorzio non scatta automaticamente in presenza di una disparità economica tra gli ex coniugi, anche qualora uno dei due abbia effettuato una rinuncia al lavoro durante il matrimonio.
Risulta legittima le revoca dell’assegno divorzile qualora l’ex coniuge non sia stato in grado di provare in giudizio le rinunce professionali dovute a causa degli impegni per la gestione familiare, a nulla rilevando le pur notevoli differenze di reddito rispetto all’ex marito.
La precisazione in questione porta la firma della Corte di Cassazione: il Collegio di piazza Cavour, con l’ordinanza n. 300 dello scorso 7 gennaio 2026, ha formulato un interessante principio di diritto.
Sostanzialmente, per ottenere il contributo economico non basta dimostrare di aver abbandonato la carriera ma occorre provare che tale scelta sia stata funzionale alle esigenze della famiglia e abbia effettivamente contribuito alla formazione del patrimonio dell’altro coniuge. Senza il nesso di causalità tra il sacrificio professionale e il beneficio del nucleo familiare, lo squilibrio reddituale rimane un fatto privo di conseguenze giuridiche sul piano assistenziale o compensativo.
L'assegno divorzile in funzione perequativo-compensativa, si legge nel provvedimento, presuppone un rigoroso accertamento del fatto che lo squilibrio tra la situazione reddituale e patrimoniale delle parti, presente al momento del divorzio, sia l'effetto del sacrificio da parte del coniuge più debole a favore delle esigenze familiari, ponendo rimedio, in presenza di tali presupposti, agli effetti derivanti dalla rigorosa applicazione del principio di autoresponsabilità.
Mentre, in assenza di prova di tale nesso causale, l'assegno può giustificarsi solo per esigenze strettamente assistenziali, ravvisabili laddove il coniuge più debole non abbia i mezzi sufficienti per un'esistenza dignitosa o non possa procurarseli per ragioni oggetti.
Viene, dunque, valorizzato il contributo fornito dal coniuge non solo in termini monetari, ma anche sotto forma di risparmio di spesa. Chi si occupa dei figli e della casa consente alla famiglia di non dover ricorrere a servizi esterni (come babysitter o collaboratori domestici), contribuendo così indirettamente alla formazione del patrimonio familiare.
