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LA RIVISTA AIAF 4/2024 - Il linguaggio e la deontologia dell'avvocato familiarista

11 febbraio 2025

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LA RIVISTA AIAF 4/2024 - Il linguaggio e la deontologia dell'avvocato familiarista

Editoriale (di Giulia Sarnari, Avvocata in Roma)

Come l’avvocato familiarista deve esprimersi nell’esercizio della sua professione? Che specificità ha? Quali le parole, i modi, i toni, del suo agire? E quali le norme deontologiche che deve seguire?

Il Prof Danovi offre una prima esaudiente risposta a queste domande con il suo articolo Il linguaggio giuridico e tecniche argomentative nella giustizia familiare e minorile nel quale evidenzia come il linguaggio giuridico sia per definizione un territorio di indagine complesso, in quanto dotato di specificità e tecnicismi che lo caratterizzano e differenziano notevolmente rispetto al linguaggio comune. Al pari di quest’ultimo, tuttavia, esso risente del progresso e dei cambiamenti e sollecitazioni della società ed è dunque in continua evoluzione. Nelle controversie familiari, il linguaggio costituisce uno strumento di operatività essenziale per l’avvocato, che non soltanto deve disporre delle competenze tecniche necessarie per gestire la lite, ma è altresì chiamato a sostenere il proprio assistito in un contesto particolarmente delicato della vita, contraddistinto da tensioni e ansie che incidono anche profondamente sulla qualità di questa. L’avvocato deve allora sapere accompagnare il proprio assistito lungo un percorso che si snoda fuori del processo e, laddove necessario, anche nel processo, sempre utilizzando un differente e modulato linguaggio a seconda che debba comunicare con la parte, la controparte, o il giudice. Vi sono dunque codici e regole specifiche da seguire nella comunicazione stragiudiziale, negli atti processuali e nelle udienze. Nella complessità delle controversie familiari il difensore deve anche sapersi interfacciare e dialogare con professionisti di altre scienze umane, cliniche, psicologiche e sociologiche. Egli ha quindi bisogno di un background di formazione e di un apparato di competenze anche linguistiche diverse, adeguate ad affrontare la caleidoscopica dimensione della controversia.

Tra i molti aspetti esaminati nel suo articolo, il Prof Danovi evidenzia la importanza della completezza della dimensione fattuale al riguardo del linguaggio processuale, di cui la stesura del piano genitoriale rappresenta una specificazione importante della riforma Cartabia, una novità apprezzabile di cui tratta l’avvocata Di Benedetto nel suo articolo.

Il Prof. Bianchi da conto dell’evoluzione che ha avuto il linguaggio giuridico e si sofferma sull’uso dei tecnicismi distinguendo fra necessari e superflui. Analizza poi la sintassi, i tempi verbali, e la costruzione della frase e del periodo dando consigli utili per una scrittura giuridica sintetica ed efficace, non mancando di far notare come la buona scrittura giuridica nasca dall’incontro delle regole del diritto con quelle della lingua e che il giurista che voglia scrivere “lealmente” dovrebbe leggere, leggere, leggere e possibilmente anche scritti non giuridici: per aprire la mente e distendere la prosa. Osserva il Prof. Bianchi che ciascun giurista deve reinventare il proprio modo di scrivere (e di pensare), senza incorrere in pericolosissimi stereotipi e tenendo presente che la scrittura è un’essenziale forma di manifestazione della personalità, originale e creativa, anche per il giurista. Regole troppo rigide e stereotipate mal si prestano a contenerla. Ovvero: le regole vecchie o nuove che siano devono diventare un habitus mentale del giurista, sennò si va poco lontano.

Le avvocate Perzia e Vezzosi trattano nello specifico della chiarezza e sinteticità degli atti processuali, criteri introdotti nella riforma Cartabia all’interno del Codice di Procedura Civile, art. 121, e sviluppati poi dal legislatore a mezzo normativa ministeriale. Le autrici analizzano il Decreto Ministeriale n. 110 del 2 agosto 2023 che ha istituito i criteri di redazione degli atti giudiziari, analizzando disposizioni e conseguenze per la non applicazione, mentre l’avvocata Bianchi spiega la pratica del Legal Design che si prefigge di divenire una nuova metodologia per pensare il diritto in modo diverso al fine di renderlo “semplice” e quindi comprensibile, in modo trasparente ed immediato, ai non addetti ai lavori, ponendo l’utente finale al centro della comunicazione.

L’avvocata Petrillo affronta il tema del linguaggio che deve usare l’avvocato curatore speciale del minore per creare un contesto favorevole ad un suo ascolto autentico, necessario per la sua migliore rappresentanza e far sì che la voce del minore sia realmente presa in considerazione nelle decisioni del giudice; a proposito, della figura dell’avvocato curatore speciale del minore l’avvocata Taccini, nel contesto di un ampio approfondimento sulla deontologia dell’avvocato familiarista, definisce le norme deontologiche che l’avvocato curatore speciale deve osservare e l’avvocata Gigli specifica come la nuova disciplina del processo di famiglia, introdotta dalla recente riforma ha declinato in norma alcuni dei principi deontologici volti a regolamentare il comportamento degli avvocati, al fine di salvaguardare il preminente interesse dei minori, delle persone più fragili e della ragionevole durata del processo telematico.

Infine, l’avvocata Tosini, a proposito di linguaggio e di uso del processo spiega che cosa è la prova digitale, come deve essere introdotta nel processo, se tale tipologia di prova rientri o meno nell’ambito delle c.d. prove atipiche e quali tra queste siano validamente acquisibili e legittimamente utilizzabili nei giudizi civili di famiglia anche alla luce delle novità introdotte dalla riforma Cartabia. L’autrice da conto dei diversi indirizzi giurisprudenziali formatisi su ciascuna tipologia di prova digitale senza che si sia raggiunta ad oggi un’uniformità di indirizzi.