Una delicata vicenda familiare è stata analizzata dalla Suprema Corte, all’interno della recente sentenza n. 229/2023. Il provvedimento, emanato dalla quinta sezione penale della Cassazione, è stato depositato lo scorso 9 gennaio.
Chiunque priva taluno della libertà personale, afferma l’articolo 605 del codice penale, è punito con la reclusione da sei mesi a otto anni.
Come è noto, il delitto di sequestro di persona trova il proprio fondamento nell'esigenza di garantire la libertà personale di movimento dei soggetti, diritto fondamentale dell'individuo.
La pena è della reclusione da uno a dieci anni, se il fatto è commesso:
1) in danno di un ascendente, di un discendente, o del coniuge;
2) da un pubblico ufficiale, con abuso dei poteri inerenti alle sue funzioni.
Se il fatto di cui al primo comma è commesso in danno di un minore, si applica la pena della reclusione da tre a dodici anni. Se il fatto è commesso in presenza di taluna delle circostanze di cui al secondo comma, ovvero in danno di minore di anni quattordici o se il minore sequestrato è condotto o trattenuto all’estero, si applica la pena della reclusione da tre a quindici anni.
Nella vicenda in questione protagonista è un padre, la cui condotta si è attuata nei confronti dei figli minori.
Commette il reato di privazione della libertà personale, si legge nella sentenza, il padre che, barricandosi assieme ai figli minori nell'abitazione familiare e opponendo resistenza ai vigili del fuoco e ai carabinieri, intervenuti per liberare i figli minori, minaccia di gettarsi assieme a loro nel vuoto dal settimo piano.
